La dislessia, la mia identità: la storia di Luca - GRiN
BLOG NEW

WHAT'S NEW IN MEDICALPRO

IMG_20191024_104507

La dislessia, la mia identità: la storia di Luca

By : on : 24 ottobre 2019 commenti : (0)

I Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSAp), tra cui la dislessia, sono stati molto studiati negli ultimi anni e si trovano libri e articoli scientifici a riguardo. Con questo articolo vorremmo far conoscere i DSAp ai lettori da un’altra prospettiva, tanto unica quanto introvabile in qualsiasi libro di teoria. È la storia di un ragazzo dislessico che ci ha dato il suo prezioso contributo per conoscere meglio questa condizione perché, come lui stesso ci ha detto: “la dislessia, sui libri, si conosce ‘da turista’, ma è anche molto importante scoprirla ‘da abitante’”. Così Luca ha deciso di raccontarsi e abbiamo insieme realizzato anche una traccia audio del testo scritto per chiunque abbia difficoltà di lettura e un video. (Entrambi, audio e video, sono disponibili cliccando sui rispettivi link al termine del testo.)

 

Ciao, io sono Luca e questa è la mia storia …

Tutto inizia nel 1990, in coincidenza con la separazione di mio padre e mia madre e la morte di mio nonno. Sono regredito nel linguaggio e non volevo più disegnare. Mia madre mi ha portato da una logopedista e da una psicologa che mi hanno diagnosticato una cosa che non ho mai sentito mia: un blocco psicologico. Avevo 4 anni.

Poi c’è stato l’ingresso a scuola a 6 anni. Mi annoiavo perché non riuscivo a imparare niente; mi dicevo “ma cosa ci vengo a fare qui?!”. Così facevo un po’ di confusione in classe e mi distraevo, facendo arrabbiare i professori. Io rimanevo sempre indietro rispetto agli altri, vedevo le lettere che ballavano e mi ero autoconvinto di avere problemi di vista. Era una cosa strana. Facevo fatica a leggere e a scrivere e vivevo in un costante disagio. Quando facevamo i compiti mi chiedevo: “perché gli altri hanno già finito e io sono ancora qui?”. Per tutti avevo questo blocco psicologico, ma non capivano che non era quello. La parola dislessia era ancora poco conosciuta. Mi chiedevo perché io non riuscissi a fare le cose che facevano gli altri in classe. Ero abbandonato nel mio mondo, senza nessuno che mi aiutasse. Quel blocco psicologico non era la mia carta d’identità ma, ovviamente, ero bambino e non riuscivo a spiegarmi cosa mi stesse succedendo. A scuola mi trattavano come un bimbo diverso, con problemi che vedevano loro ma non io, e mi dicevano cose che mi facevano apparire un estraneo a me stesso.

Con fatica sono arrivato in quinta elementare e mi hanno detto che alle medie mi avrebbero dato l’insegnante di sostegno. Mi misi a piangere perché non ne capivo il motivo, visto che non ero mai stato affiancato in classe fino a quel momento. Mi sentivo regredire invece che andare avanti. Il blocco psicologico, dicevano, sarebbe dovuto passare, ma io vedevo che non era così. L’insegnante di sostegno mi trattava come “un bimbo scemo” ma non era quello di cui avevo bisogno. Sempre a fatica, “a gattoni”, sono riuscito a finire le medie, seguito da una psicologa e da una logopedista. Mi chiedevo se questo “blocco psicologico” sarebbe mai finito; sentivo che c’era qualcos’altro che mi mancava, ma non capivo cosa.

Dopo le medie gli insegnanti mi hanno indirizzato alle superiori, ma ora posso dire che non era la mia strada. Mi hanno messo un vestito sbagliato. Ho fatto 5 anni di alberghiero, ma alla fine il diploma non aveva la stessa validità di quello degli altri perché io ero considerato “un ragazzo con problemi”. In quei 5 anni ho avuto 3 insegnanti di sostegno diversi ed era sempre uguale, ero sempre il ragazzo con problemi e con un blocco psicologico. In tutti gli anni di scuola mi sono sempre chiesto cosa ci stessi a fare lì.

Finalmente la scuola finisce! Ah, bene!

Nel 2005 entra nella mia vita il compagno di mamma ed è stato un altro passo importante per me: una nuova figura di riferimento maschile in casa, una nuova guida.

Finita la scuola mi sono affacciato al mondo del lavoro ma senza tanti risultati concreti, ma piano piano mi sono avvicinato alla mia passione: la terra. Ho iniziato a coltivare un orto da un vicino di casa; esperienza e passione aumentavano e ho iniziato a fare tirocini presso aziende agricole.

Nel 2012 mia madre vide un film e le venne un dubbio: “non sarà mica dislessico?” (l’ho sempre detto che mia madre vede sempre ben oltre il suo naso!)

Così mi ha portato da un’insegnante in pensione che aveva seguito diversi ragazzi dislessici e poi da uno psicologo per una valutazione. Ecco la diagnosi: “dislessia”. Inizialmente ero un po’ stranito, dovevo capire cosa fosse questa cosa nuova. Quando hai un compagno di viaggio devi conoscerlo bene, così capisci anche come affrontarlo quando ti mette in difficoltà. Ho capito pian piano cosa fosse la dislessia, anche grazie ai film, e sentivo che finalmente mi era stato messo un vestito giusto. Mi venne da dire: “Oh, qualcuno c’ha indovinato!”. E si comincia a costruire il puzzle di me stesso.

Nel 2013 ho iniziato un tirocinio presso un’azienda agricola e poi, dopo due anni, il mio più grande traguardo: un lavoro fisso!

Ora le persone di quell’azienda sono diventate la mia seconda famiglia.

La dislessia, ovviamente, ancora mi accompagna. Ho difficoltà a leggere, le lettere ballano, arrivo in fondo a un brano senza aver capito nulla di quello che ho letto. Quando sono stanco le cose peggiorano e mi devo fermare. Ma l’importante è conoscere i propri limiti. Con la dislessia ora ci convivo: ho imparato ad accettarmi e, solo dopo essermi accettato, mi sono sentito pronto per presentarmi al mondo.

Dopo qualche anno ho deciso di provare a prendere la patente ma mi è andata male per due volte; forse davvero non ero pronto, non so … Ce l’ho messa tutta, ma poi ho lasciato perdere per un periodo. Probabilmente mi è mancato di fare un percorso di potenziamento prima di affrontare quelle prove.

Però ho sempre cercato di affrontare anche gli insuccessi senza perdermi d’animo: ho continuato a lavorare e ho iniziato un percorso per migliorarmi e per prendere la patente. La salita è dura e la montagna è alta, ma ce la metto tutta vedendo piccoli ma grandi risultati.

Mi permetto di dare un consiglio ai genitori di bambini e ragazzi dislessici: accompagnateli in modo che seguano le loro passioni.

Ai ragazzi, invece, voglio dire: lottate e prima imparate a giudicare voi stessi, solo dopo potete lasciare che gli altri vi giudichino. In più, l’espressione “non mi riesce” non deve esistere nel vostro vocabolario, ma deve esistere solo la frase “ce la posso fare”. 

 

Audio: La storia di Luca

Video: https://youtu.be/b1eeVme3BmY

Francesca Petrini

Author

Leggi Tutto